caff�

STORIA DEL CAFFE' NAPOLETANO

Per essere i primi non � necessario arrivare per primi.
Il caff� che si beve a Napoli � notoriamente il pi� buono del mondo, eppure qui il caff� � arrivato assai pi� tardi che altrove.
E' una vecchia storia, anzi � pi� semplicemente la Storia; che, com'� noto, tende a ripetersi. La pasta, per dirne un('altr)a, arriv� a Napoli dalla Sicilia, dov'era giunta a sua volta dal mondo arabo. Ci arriv� con grande ritardo, ma poi recuper� rapidamente lo svantaggio.
Lo stesso dicasi per il bab�. A inventarlo fu un polacco: Stanislaw Leczinsky, re di Lorena. A Napoli lo portarono parecchio tempo dopo i Mons�, i cuochi francesi. Ma solo dopo essere passato per le mani dei pasticcieri napoletani, il bab� divent� il dolce acclamatissimo che conosciamo.
Non � forse questo, del resto, il segreto della creativit�? Non tanto, o non solo, inventare qualcosa ab initio: quanto modificare, ridisegnare, rielaborare quel che gi� esiste.
E' precisamente questo che i napoletani hanno fatto con il caff�.
Il momento esatto dell'arrivo del caff� a Napoli non � determinabile con precisione.
Le strade individuate con maggiore chiarezza sono due. Percorrendo a ritroso la prima, giungiamo al 1614, e al musicologo romano Pietro Della Valle. Abbandonata la Citt� Eterna per una delusione amorosa, Della Valle si era stabilito a Napoli. Da qui la sua indole avventurosa lo indusse a partire alla volta di un luogo ancor pi� eterno: la Terra Santa. Laggi� si innamor� di una splendida donna, e vi rimase ben dodici anni. Ma non aveva dimenticato gli amici che si era fatto a Napoli: con uno di essi, il medico, grecista, arabista e poeta Mario Schipano, era rimasto in contatto epistolare.
Lo Schipano di tanto intanto radunava i comuni amici, e leggeva loro le lettere che contenevano le mirabolanti ed esotiche avventure di Pietro. In una delle sue 56 lettere, Della Valle racconta di una specialissima bevanda detta "kahve", che i mussulmani consumavano al termine delle abbuffate di rito che seguivano l'ancor pi� rituale digiuno del Ramadan, che durava dall'alba al tramonto. Calata la notte, ci si scatenava a mangiare, e a bere questo kahve: un liquido profumato che veniva fuori da bricchi posti sul fuoco, e versato in piccole scodelle di porcellana, continuamente svuotate (e riempite) durante le conversazioni che seguivano il pasto.
Nelle sue lettere Della Valle riporta anche alcuni metodi di preparazione del kahve: il caff� (perch� � di questo che si tratta), e di come gli arabi preferiscano berlo amaro.
Pu� anche darsi che, come prometteva in un'altra lettera, Pietro Della Valle abbia poi realmente portato a Napoli questo mitico kahve-caff�; ma di ci� non vi � certezza.
L'altra via per la quale il caff� potrebbe essere arrivato a Napoli � molto pi� breve: 50 km. scarsi. La distanza che separa Salerno da Napoli.
A Salerno il caff� sarebbe giunto clandestinamente, sotto mentite spoglie; travestito da medicina. Ecco perch� Salerno: la citt� campana era la sede della celebre Schola Medica Salernitana. Il patrimonio di quest'accademia di sapienti era affidato alla diffusione orale di di 382 aforismi in latino, che furono (finalmente!) manoscritti nel primo decennio del XIV secolo.
Nacque cos� il "Flos medicinae Scholae Salerni". Verso la met� del secolo successivo, gli aforismi erano diventati 2130. Due di essi citano espressamente il caff�, che "concilia e impedisce il sonno, allevia il mal di testa, giova allo stomaco, aumenta la diuresi e agevola le mestruazioni".
Ci troviamo verso la met� del 1400: dunque un secolo e mezzo prima che Pietro Della Valle citasse il caff� nelle sue lettere.
E' possibile che le quartine sul caff� del "Flos Medicinae" siano apocrife, in quanto inserite in seguito: ma potrebbero anche essere autentiche.
Il caff� potrebbe infatti essere stato gi� presente in Campania verso il 1450, quando a Napoli regnavano gli Aragonesi. Alfonso D'Aragona era allora a capo di un vasto impero formato dall'Aragona, la Catalogna, Valencia, Maiorca, la Sardegna e la Sicilia. Le navi di Alfonso solcavano il mar Mediterraneo, e da qui raggiungevano i porti del Levante. Da cui riportavano tutti i prodotti orientali all'epoca commerciabili.
Non a caso, Salerno era all'epoca sede di un'importante fiera commerciale.
Ad ogni modo, qualunque sia la strada per la quale vi � giunto, il caff� si � diffuso a Napoli assai pi� tardi che a Venezia, Firenze e Roma. Fino all'inizio del 700, a Napoli il caff� era sulla bocca di tutti, ma non dentro: per dire che di questa immaginifica bevanda capitava che si parlasse, ma era difficile trovare qualcuno che se la fosse bevuta.
Lo conferma il fatto che nel trattato di cucina "Lo scalco alla moderna" pubblicato da Antonio Latini a Napoli nel 1694, il caff� non compare, se non come rimedio per i convalescenti.
In favore del caff� spezzarono pi� di una lancia Giovan Francesco Gemelli Careri nel suo "Giro intorno al mondo" (1699), e il religioso Pompeo Sarnelli (1716). Ma invano: per l'intero settecento, a bere caff� a Napoli furono solo pochi aristocratici terribilmente snob.
L'ottocento era gi� in vista in fondo al rettilineo del secolo: era ormai il 1794, quando il grande gastronomo napoletano Vincenzo Corrado, autore del ricettario "Il cuoco galante", si mise in testa di imporre il caff� all'attenzione generale. Sembrandogli (a ragione) assurdo che una cosa cos� buona fosse cos� poco nota al grande pubblico.
Con felice intuito da pubblicitario (e da uomo marketing) il Corrado abbin� il caff� al cioccolato, nel trattatello "La manovra della cioccolata e del caff�".
Per renderlo pi� appetitoso, vi inser� una "Cantata in onore della cioccolata" dell'abate Pietro Metastasio, e -dulcis in fundo! -, una "Canzonetta in difesa del caff�" opera di don Nicola Valletta. Al quale dedic� la sua "Manovra".
Perch� mai la dedic� al Valletta, invece che al Metastasio, poeta che ancor oggi tutti conosciamo?
Perch� a quei tempi questo Nicola Valletta, che oggi ai pi� non dice perfettamente niente, era una vera e propria icona della napoletanit�. Un maitre-a-penser, il sommo specialista di una materia che a Napoli ha sempre avuto largo seguito: la jettatura.
E'esattamente questo, il motivo per il quale il Corrado dedica al Valletta la sua operina, e gli commissiona un componimento pro-caff�; per sfatare la pericolosa diceria che stava prendendo piede a Napoli, secondo la quale il caff� portava jella.
Come si era diffusa quest'infamante calunnia? Forse perch� il caff� � nero, e perci� richiama il lutto; o perch� � amaro, come i guai. O magari per una ragione pi� concreta: il suo gusto amarostico ne faceva il nascondiglio ideale per fatture, filtri magici, e porcherie varie.
La "Manovra" del Corrado era dunque una manovra salvacaff�: se il maggior esperto di jettatura dice che il caff� porta bene, gli si pu� (gli si deve!) credere.
L'impresa, manco a dirlo, riusc� cos� bene da trasformare in pochi anni i caff� da untore del malocchio ad antidoto contro di esso: da portaseccia a portafortuna.
Ne fa fede un episodio dell'epoca: un marchese, dopo aver scoperto che un suo vicino di tavola di qualche giorno prima aveva fama di jettatore, si lament� con gli amici di non essere stato avvertito in tempo: in tal caso - sosteneva - gli avrebbe gettato in faccia il proprio caff�, per spezzare il malefico raggio del suo sguardo.
Ripulita cos� la propria immagine, il caff� si sparse per tutta la citt�. Ai primi dell'Ottocento fece la sua comparsa il Caffettiere ambulante, che percorreva la citt� in lungo e in largo munito di due recipienti, uno pieno di caff� e l'altro di latte, e di un cesto con tazze e zucchero. All'alba la sua voce rompeva il silenzio della notte appena trascorsa: "'O latte te l'aggio fatto roce roce. 'O caffettiere cammina Nic�. Traduzione: "Il latte te l'ho preparato ben zuccherato. Il caffettiere cammina, Nicola!"
La frase era la stessa tutti i giorni dell'anno, salvo che per l'ultima parola: il nome proprio posto alla fine. Che cambiava secondo il calendario liturgico. Il caffettiere (una grande idea!) forniva cos� un servizio in pi� ai suoi clienti (e anche ai passanti), per i quali questo "ricordo" era spesso importante per supplire a una dimenticanza, e per evitare una brutta figura con il parente (o l'amico): a Napoli a ricevere gli auguri il giorno del proprio onomastico la gente ci teneva, e ci tiene ancora.
Oggi a Napoli il caff� non � pi� legato alla fortuna o alla sfortuna: � semplicemente il simbolo dall'amicizia, e dell'attenzione per se stessi e per il proprio benessere. Spezzare il ritmo convulso di certe nostre giornate andandoci a prendere un caff� (in compagnia, ma anche da soli) ci aiuta a non prenderci un esaurimento.
Ma basta leggere. E' il momento di prendersi una pausa. Dicit'a verit�: a furia di sentirne parlare, non vi � venuta voglia di un buon caff�?

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